L'anatomia del genocidio incrementale

Decostruire lo sterminio strutturale del popolo Palestinese dalla Nakba del 1948

Sommario

  • Le radici coloniali del conflitto
  • Ridefinire il genocidio: un ritorno alle sue fondamenta concettuali originali
  • L'ingegneria dell'annientamento
  • L'anatomia dell'intento 

L'escalation di violenza nella Striscia di Gaza a seguito degli attacchi del 7 ottobre 2023 viene spesso descritta come una crisi anomala innescata da un evento traumatico. L'attacco "non provocato" di Hamas è ampiamente indicato come motivo scatenante della successiva operazione israeliana nella Striscia, la quale, a sua volta, viene descritta e giustificata come una risposta militare necessaria. L'obiettivo di questo saggio è mettere in discussione tale lettura e proporre una decostruzione storico-giuridica del conflitto israelo-palestinese che consenta di analizzare gli eventi attuali da una prospettiva differente. Di conseguenza, questo lavoro si propone di identificare la violenza israeliana degli ultimi anni non come una mera reazione agli attacchi di Hamas, bensì come l'ultima fase di un progetto strutturale di lungo termine: un "genocidio incrementale". Il genocidio del popolo palestinese si snoda, dunque, attraverso un progetto strutturale basato su una logica eliminatoria intrinseca al sionismo e che ha caratterizzato lo Stato di Israele – esempio quintessenziale di "Stato coloniale di insediamento" – fin dal momento stesso della sua fondazione. 

Le radici coloniali del conflitto 

Per comprendere il conflitto israelo-palestinese, è necessario decostruire la narrazione dominante (mainstream) che tenta di ridurlo a una guerra simmetrica tra due parti che mirano ad acquisire il controllo sul medesimo territorio. Un'analisi storica più accurata rivela che il conflitto affonda le sue radici in una struttura coloniale di lungo periodo, e che l'escalation avviata dopo gli attacchi del 7 ottobre è soltanto l'ultima e più eclatante manifestazione di un progetto genocidario di pulizia etnica iniziato nel 1948. Infatti, come ampiamente dimostrato attraverso un’accurata analisi, l'apparato ideologico che sostiene e promuove la fondazione dello Stato ebraico – vale a dire il sionismo – è stato intrinsecamente eliminatorio fin dalla sua origine e, nel corso dei decenni, ha sostenuto e giustificato la pulizia etnica e il genocidio del popolo palestinese. La natura intrinsecamente eliminatoria del sionismo è evidente non solo dall'analisi delle dichiarazioni rese da figure di spicco all'interno di questo movimento, ma anche e soprattutto dalla costante e prolungata attuazione di pratiche genocidarie. 

Come teorizzato da Patrick Wolfe, il colonialismo di insediamento si è basato su una "logica di eliminazione" della popolazione indigena – in questo caso, i palestinesi – al fine di sostituirla con una nuova società coloniale. Fin dalla sua fondazione, lo Stato di Israele ha attuato un piano di espansione territoriale realizzato attraverso la riduzione dello spazio vitale palestinese e l'espulsione e l'eliminazione della popolazione nativa. Sulla base dell'opera di Wolfe – la quale sostiene che "l'invasione è una struttura, non un evento" – è quindi possibile riconcettualizzare la Nakba del 1948 non come un episodio storico concluso, bensì come l'evento fondante di una struttura permanente di oppressione ed eliminazione del popolo palestinese: una Nakba permanente (Ongoing Nakba). 

Un altro contributo fondamentale per la comprensione della "logica di eliminazione" è fornito da Dirk Moses, secondo il quale l'eliminazione si esprime attraverso un'ampia gamma di strategie che vanno oltre il mero sterminio fisico e contribuiscono alla cancellazione dell'identità stessa della popolazione indigena. Ogni fase del conflitto successiva al 1948 – anche quando non direttamente caratterizzata dall'eliminazione fisica del popolo palestinese – è stata guidata dalla medesima logica eliminatoria a sostegno di un processo genocidario in atto da quasi un secolo. 

È precisamente all'interno di questo quadro coloniale che si colloca il fallimento dei processi di pace. Lungi dal costituire un genuino tentativo di risolvere il conflitto, tali processi hanno infatti contribuito alla formalizzazione di una profonda asimmetria e alla cristallizzazione di "fatti sul campo" – in particolare l'espansione territoriale dello Stato ebraico attraverso insediamenti illegali – impedendo di fatto qualsiasi forma, seppur minima, di autodeterminazione per il popolo palestinese. 

Ridefinire il genocidio: un ritorno alle sue fondamenta concettuali originali 

L'analisi della dimensione genocidaria del conflitto israelo-palestinese richiede un rigoroso ancoraggio al Diritto Internazionale e ai Genocide Studies. Questa indagine, pertanto, deve muovere dall'esame della Convenzione ONU del 1948 per la Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio. La redazione di questa Convenzione, sollecitata dalla Seconda Guerra Mondiale e dagli orrori dell'Olocausto, ha codificato per la prima volta il genocidio come crimine internazionale autonomo. Nonostante l'importanza cruciale del lavoro di Raphael Lemkin, che per primo ha coniato il termine "genocidio", il testo finale della Convenzione si è discostato in modo significativo dalla sua concezione originale, subordinando in ultima istanza l'esistenza del "crimine dei crimini" alla convergenza di precisi elementi costitutivi: l'actus reus – l'attuazione di specifiche condotte, tra cui l'uccisione di membri del gruppo e il cagionare gravi lesioni all'integrità fisica o mentale dei membri stessi – e la mens rea o dolus specialis, ossia l'intenzione specifica di distruggere, in tutto o in parte, un determinato gruppo in quanto tale. 

Il processo di redazione e lo scostamento dalla concezione originale di Lemkin non sono stati soltanto il risultato di compromessi geopolitici in un'epoca ancora fortemente caratterizzata dal colonialismo, ma hanno anche inevitabilmente imposto severi vincoli interpretativi e limitazioni strutturali alla Convenzione stessa. Al fine di preservare il suo status simbolico, il crimine di genocidio è stato accuratamente delimitato entro confini giuridici che hanno ristretto l'applicabilità della Convenzione e, di conseguenza, la sua capacità preventiva e punitiva. Tali vincoli sono principalmente dovuti alla limitazione dell'actus reus a condotte specifiche che, concentrandosi su episodi immediati di massacro, faticano a racchiudere appieno dinamiche eliminatorie a lungo termine e strutture oppressive permanenti. Inoltre, un'altra limitazione fondamentale della Convenzione è legata all'eccessiva rigidità richiesta nella prova del dolus specialis, che agisce spesso come un ostacolo all'accertamento dell'esistenza del genocidio, rendendo così pressoché impossibile la prevenzione e la punizione del crimine. Pertanto, dopo un'attenta analisi dei limiti strutturali della Convenzione, questo studio mira a superare tali confini ampliando l'orizzonte del paradigma giuridico attraverso il recupero dell'originale concezione olistica di Raphael Lemkin. Nel suo più rilevante lavoro, Axis Rule in Occupied Europe, il giurista polacco non ha limitato il genocidio al mero e istantaneo massacro di una popolazione; al contrario, ha proposto un concetto significativamente più ampio, definendo il genocidio come un "piano coordinato di differenti azioni volte alla distruzione delle fondamenta essenziali della vita dei gruppi nazionali". Secondo Lemkin, dunque, il genocidio può articolarsi attraverso una pluralità di dimensioni, includendo aspetti politici, sociali e culturali. È precisamente sulla base della matrice lemkiniana che questa analisi ha proposto di superare la concezione dominante del genocidio contenuta nella Convenzione del 1948, riconcettualizzando questo crimine non come un evento circoscritto nel tempo, bensì come un processo strutturato e incrementale. Grazie a tale riconcettualizzazione, lo sterminio del popolo palestinese assume lo status giuridico di genocidio. Questo crimine internazionale, tuttavia, non rimane confinato all'escalation militare successiva al 7 ottobre 2023, ma può essere caratterizzato come un genocidio incrementale che è stato condotto – attraverso strategie coloniali di insediamento e di dominio volte alla sistematica erosione delle condizioni materiali di sopravvivenza – almeno a partire dal 1948. Il genocidio della popolazione nativa della Palestina si è così realizzato – e continua ancora oggi – attraverso una prolungata traiettoria temporale, in cui la violenza militare degli ultimi anni non è che il culmine di un persistente sistema strutturale di oppressione e di eliminazione fisica e culturale. 

L'ingegneria dell'annientamento 

Il lancio dell'operazione militare Iron Swords immediatamente dopo il 7 ottobre 2023 ha innescato un'escalation di violenza senza precedenti. Sebbene l'oppressione e la progressiva eliminazione della popolazione palestinese siano in corso da decenni, la scala e la portata della violenza israeliana dopo il 7 ottobre sono state senza precedenti, rimuovendo ogni dubbio circa l'illegittimità delle azioni del governo israeliano. Anche se lo Stato di Israele ha invocato il diritto alla legittima difesa ai sensi dell'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite per giustificare la propria operazione militare nella Striscia di Gaza, l'intensità dei bombardamenti, la sistematica sproporzione nell'uso della forza e la deliberata e sistematica incapacità di distinguere tra obiettivi civili e militari hanno completamente delegittimato gli attacchi israeliani, ponendoli al di fuori dei confini del Diritto Internazionale Umanitario. La condotta dell'esercito israeliano (IDF) risponde inoltre alla logica eliminatoria del colonialismo di insediamento che ha sostenuto l'intera storia dello Stato ebraico. Le pratiche dell'esercito israeliano riflettono con precisione almeno quattro dei cinque atti proibiti elencati nell'Articolo II della Convenzione, vale a dire: (a) uccisione di membri del gruppo; (b) lesioni gravi all'integrità fisica o mentale di membri del gruppo; (c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica, totale o parziale; e (d) provvedimenti intesi a impedire le nascite all'interno del gruppo. Ai fini del presente studio, e nello specifico per dimostrare l'esistenza di un genocidio incrementale, è stata condotta un'analisi approfondita delle pratiche israeliane compatibili con il paragrafo (c) dell'Articolo II della Convenzione. In particolare, l'analisi si è concentrata su due direttrici strategiche delle pratiche dell'esercito israeliano: la Strumentalizzazione delle Infrastrutture (Weaponization of Infrastructure) e la Strumentalizzazione della Fame (Weaponization of Hunger). 

Per quanto riguarda la strumentalizzazione delle infrastrutture, attraverso l'applicazione sistematica della Dottrina Dahiya – una strategia militare che teorizza l'uso intenzionale di una forza asimmetrica e sproporzionata contro le infrastrutture civili e gli abitanti per punire la popolazione e infliggere un duro colpo a titolo di deterrenza – l'IDF ha ricercato e ottenuto la distruzione delle fondamenta essenziali della sopravvivenza del popolo palestinese. Un chiaro esempio dell'adozione di tale strategia è l'attacco sistematico e deliberato al sistema sanitario della Striscia di Gaza. Le forze israeliane, infatti, non solo hanno deliberatamente arrestato, ucciso e torturato il personale medico palestinese, ma hanno anche sistematicamente bombardato tutti gli ospedali della Striscia e la stragrande maggioranza delle altre strutture sanitarie. La distruzione di questi obiettivi meramente civili, fondamentali per la sopravvivenza del popolo palestinese, non ha risposto a necessità militari relative alla neutralizzazione di posizioni nemiche; al contrario, ha risposto ancora una volta alla logica eliminatoria che caratterizza lo Stato ebraico e l'apparato teo-politico che lo sostiene. 

Per quanto concerne la strumentalizzazione della fame, Israele ha inflitto una privazione ingegnerizzata di cibo alla popolazione civile attraverso l'imposizione di un "assedio totale" e la quasi totale eliminazione degli aiuti umanitari. La combinazione della strumentalizzazione delle infrastrutture e della strumentalizzazione della fame ha inoltre contribuito alla diffusione di malattie infettive, integrando un metodo deliberato di lento sterminio. Questo – tra le molte altre cose – dimostra che il reale obiettivo dell'Operazione Iron Swords non è la distruzione di Hamas, bensì lo sradicamento geografico e l'eliminazione fisica e culturale della popolazione palestinese. 

L'anatomia dell'intento 

Una volta stabilita l'esistenza dell'actus reus, l'elemento dirimente dal punto di vista giuridico per determinare la sussistenza del crimine di genocidio risiede nella prova della mens rea, ossia l'intento specifico di distruggere il popolo palestinese. Mentre la prova dell'intento può essere desunta dalla natura sistematica degli attacchi contro la popolazione civile, l'eccezionalità del caso qui esaminato risiede nella natura esplicita, pubblica e reiterata della retorica istituzionale israeliana. Le dichiarazioni rese dalle autorità politiche e militari israeliane, infatti, sono costitutive di una manifesta politica statale genocidaria. L'intento genocidario può quindi essere dedotto dalla sistematica disumanizzazione del popolo palestinese e dalla sistematica invocazione della distruzione totale, anche attraverso l'archetipo biblico di Amalek – il comando divino di sterminare ogni membro della popolazione nemica. Lungi dall'essere un'isolata metafora, questo archetipo viene ripetutamente evocato, arrivando a costituire un preciso codice sia operativo che ideologico. La sacralizzazione dello sterminio non rimane una questione retorica; viene recepita dalle forze israeliane, interiorizzata e utilizzata per giustificare pratiche genocidarie. La convergenza di pratiche eliminatorie contro la popolazione civile e di una retorica apertamente genocidaria fornisce gli elementi giuridici necessari per determinare l'esistenza di un genocidio contro la popolazione palestinese. Inoltre, poiché tali pratiche eliminatorie non costituiscono un'aberrazione degli ultimi anni ma si sono dispiegate per decenni – sebbene con una scala e una portata differenti – e dato che la medesima retorica genocidaria è stata intrinseca al movimento sionista e alle autorità dello Stato ebraico fin dalla sua fondazione, l'attuale crisi si configura inevitabilmente come la manifestazione più drammatica di un processo strutturale di genocidio incrementale. 

Inoltre, è imperativo sottolineare la totale mancanza di accountability e l'ampia copertura politica internazionale di cui Israele ha storicamente goduto e che ha consentito l'indisturbata esecuzione di questo progetto genocidario pluridecennale. Fino a quando le cause profonde del conflitto non saranno affrontate – ossia fino a quando Israele non sarà chiamato a rispondere dei crimini internazionali che va commettendo fin dalla sua fondazione – non ci sarà pace in Medio Oriente né giustizia per il popolo palestinese. 

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Parole chiave

conflitto israelo-palestinese genocidio, crimini contro l'umanità diritti umani territori palestinesi occupati

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Come citare questo articolo

Gabriele Buttiglione (2026), "L'anatomia del genocidio incrementale", in Centro di Ateneo per i Diritti umani “Antonio Papisca”, Università di Padova, https://annuario.unipd-centrodirittiumani.it/it/temi/lanatomia-del-genocidio-incrementale (consultato il 25/10/2026).

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